La tutela dell’agro romano
Il gruppo regionale della Sinistra (di cui fanno parte i Verdi) nella regione Lazio ha presentato una proposta di legge per la tutela della campagna romana e per la riduzione del consumo del territorio. L’obiettivo della proposta è ottimo, ma…
Condivido l’impostazione della proposta di legge regionale per la tutela dell’agro romano. Mi sembra una norma necessaria e di una certa urgenza. Il principio è semplice e non necessita di essere spiegato: la superficie agricola nel nostro paese – e nella provincia di Roma in particolare – viene erosa sempre di più, con conseguenze nefaste sia sotto il profilo ambientale, sia per quanto riguarda l’integrità e la bellezza del paesaggio, sia per quanto riguarda la vivibilità dei nostri territori. Non si può però pensare di “settorializzare” gli interventi di tutela. Se lo si fa si rischia di perdere di vista la complessità della visione progettuale che dovrebbe essere il nostro patrimonio. Allora la tutela dell’agro romano, della campagna, dei terreni agricoli non può e non deve limitarsi ad una “norma manifesto” di cui sono pieni i cassetti degli uffici regionali e parlamentari e anche – magari inapplicate – le raccolte delle gazzette ufficiali. La tutela delle superfici agricole deve essere coerente con le scelte di politica territoriale, economica, sociale e produttiva di un paese e di una regione. Mi sembra contraddittorio formulare concetti astratti di tutela in una proposta di legge senza però guardare con la dovuta attenzione quali siano le reali minacce al territorio. Minacce che partono indubbiamente dalla speculazione edilizia, dalla connivenza e dalla complicità delle amministrazioni, dalla diffusa pratica dell’abusivismo, da meccanismi derogatori al quadro normativo come gli scellerati patti delle colline romane (che vanno in deroga agli strumenti urbanistici). Se non si vigila su questo non si farà molta strada. E poi bisogna dare vita ad una concreta politica che punti davvero – e non a chiacchiere – su un diverso modello di produzione e di consumo. Perché è giusto parlare di prodotti a chilometri zero e di un recupero della produzione agricola del territorio, ma tutta l’azione deve essere coerente con queste affermazioni. Perché non ci si può riempire la bocca con la locuzione “filiera corta” e poi dare il proprio assenso ad opere infrastrutturali che vanno esattamente nella direzione opposta. E’ chiaro il riferimento alla bretella Cisterna-Valmontone, che ha come “ragione sociale” quella di allungare la filiera, di aumentare lo squilibrio modale ferro-gomma, aumentare le emissioni climalteranti, aumentare la dipendenza energetica del paese e, casomai vi fossero dubbi, aumentare il consumo di territorio, proprio di quel territorio agricolo che – a parole – si dice di voler tutelare. Un’opera dal costo di 800 milioni di euro che, solo nel Comune di Labico, azzera quel poco di aree agricole ancora miracolosamente sopravvissute alle minacce appena riportate. Certo gli 11 chilometri quadrati del territorio labicano sono poca cosa, ma è utile fare qualche considerazione numerica che si potrà poi agevolmente riproporre in molti dei comuni dell’hinterland romano. Si parla di appena 1100 ettari. Fino alla fine degli anni ’80 appena un quarto di questi era destinato a finalità diverse da quelle agricole. Poi, tra abusivismo e pianificazione urbanistica fortemente connotata dagli interessi dei costruttori, la quantità è raddoppiata. L’attuale variante porterà a tre quarti le aree “non agricole” (comprese decine di ettari di zone commerciali e produttive). Il restante quarto verrà fagocitato dalla bretella, relativo casello, 14 rotatorie e tutta la viabilità di connessione. Gli ettari ad uso agricolo del Comune di Labico si ridurranno a meno del 10 per cento del territorio comunale. E’ vero che Labico non è inserito nella proposta di legge di tutela dell’agro romano – che comunque andrebbe estesa a gran parte dei comuni della provincia – ma se permane questa schizofrenia rischieremo di avere una meravigliosa normativa regionale di tutela delle aree agricole a cui rimarrà ben poco da tutelare.



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