Intervento di Tullio Berlenghi al Consiglio Federale del 14 dicembre 2008
Ho un problema. Non mi appassiono troppo di alleanze, coalizioni, accordi e strategie. Ho sempre la sensazione che dietro alle formule tattiche nella testa di ognuno ci sia soprattutto la preoccupazione di trovare una confortevole collocazione. Il mio problema è invece capire quale sia – nel merito – la proposta politica del “mio” partito”. Il partito in cui ho militato per venti anni. Tralascio il giudizio su come spesso la gestione del partito abbia risposto a logiche molto lontane da quelle che mi sarei aspettato (e forse anche buona parte dell’elettorato) e cerco subito di individuare questioni concrete, di merito, appunto.
Vorrei capire quanto sia possibile lo scollamento tra la teoria e la pratica, tra la professione ideologica e l’azione politica concreta. Ci saranno – nelle leggi che regolano la politica – dei margini di tollerabilità, come avviene per la presenza di sostanze inquinanti nell’aria e nell’acqua. Ho smesso da tempo di pensare che quello che costituisce (o almeno dovrebbe) la nostra visione del mondo possa e debba diventare non mediabile. Mi rendo conto che la nostra presenza nelle istituzioni ci porta a dover accettare che venga individuato un punto di equilibrio tra le nostre istanze – quelle “giuste”, direi con un po’ di presunzione – e pressioni di vario genere. Normalmente le sedi in cui noi Verdi facciamo elaborazione teorica sono luoghi di dibattito di buon livello e c’è un accordo quasi unanime su tutto. E così parliamo di una nuova forma di relazione tra ecologia ed economia (che deve essere paritetica, se non addirittura dominata dalla questione ambientale), parliamo di sostenibilità, parliamo di decrescita, parliamo di sobrietà dei consumi e di stili di vita ecocompatibili. Anche quando parliamo di politica energetica, produttiva, industriale l’accordo è pressoché totale. Nuovi stili di vita significa promuovere forme di agricoltura rispettose degli equilibri ambientali, diffondere la filiera corta per ridurre l’impatto del nostro sostentamento sul pianeta e sulle emissioni di gas climalteranti. Sappiamo bene che un corretto stile di vita rende non più necessari gran parte degli imballaggi (petrolio), riduce la domanda di mobilità delle merci (consumo di territorio, nuove infrastrutture, sfruttamento delle fonti fossili), produce meno rifiuti, riutilizzando e riciclando i quali si può fare a meno degli inceneritori e i termovalorizzatori dimostreranno la loro completa antieconomicità. La minore necessità di energia di questo stile di vita, unita alla capacità di lavorare sull’efficienza e sul risparmio energetico, ci permetterà di rinunciare all’installazione di nuovi impianti finalizzati alla produzione di energia elettrica (centrali nucleari, rigassificatori). Sul piano teorico nessuno tra i Verdi dice cose sostanzialmente diverse da queste. Nella pratica però nasce la necessità di diventare a un certo punto “realisti”. Bisogna essere “concreti”. Bisogna fare i conti con la realtà.
Nasce così qualche volta questa dicotomia. Tra la dottrina verde – il “pensiero forte” citato da Grazia nella sua relazione -, impeccabile nella sua elaborazione teorica e la pratica verde. Schizofrenia che ha raggiunto livelli ragguardevoli proprio a Roma e nel Lazio, dove i Verdi hanno partecipato alla costituzione di molte giunte, ma dove sono riusciti poco e nulla ad influire sulle scelte amministrative. In molti casi la distanza tra gli eletti e il partito (nelle rare occasioni in cui il partito ha manifestato una qualche posizione) è stata abissale, ma mai – e sottolineo mai – il partito è riuscito ad influire sulle scelte degli eletti. Casomai è successo il contrario. Ma sappiamo tutti che la politica è uno di quei campi dove non ci si deve stupire di nulla. E io non ho intenzione di farlo. Avrei bisogno però di chiarezza. Se sul piano regolatore di Roma la posizione dei Verdi era cambiata perché si era deciso che in fondo non era poi così male mi sarebbe piaciuto saperlo. Magari – essendo un partito regolato da forme di democrazia interna – avrei volentieri partecipato al dibattito in cui si assumeva questa nuova posizione e avrei dato il mio contributo. Invece no. Gli eletti prendono una decisione e il partito si adegua. Lo stesso vale per la questione dei rifiuti. Le responsabilità sulla gestione dei rifiuti nel Lazio non può essere agevolmente scaricata tutta su Di Carlo, visto che una quota parte di condivisione di alcune scelte spetta di diritto a chi concorreva (e tuttora concorre) alla composizione della giunta. Anche sulla mobilità urbana credo che le scelte siano state chiaramente inadeguate ed è vero che Alemanno ha peggiorato le cose, ma in misura modesta rispetto ad una situazione già di suo piuttosto disastrosa.
Qualche giorno fa sono stato alla manifestazione dei movimenti sulle questioni territoriali. Un coordinamento che unisce diverse proteste, da quella contro l’inceneritore di Albano a quella contro la centrale turbogas di Aprilia, passando per l’opposizione al corridoio tirrenico e la bretella Cisterna-Valmontone. Tutte proteste che potrebbero essere superficialmente liquidate come le classiche espressioni della sindrome Nimby, ma che invece, a mio avviso, sono legate da un comune denominatore: l’opposizione a “questo” modello di sviluppo. Perché non c’è nulla di più facile, per chi governa, di ricondurre ogni singola protesta ad una fisiologica contestazione locale di un intervento che ha però positive ricadute per l’intera collettività. L’inceneritore “serve”, quindi si fa e peccato per quelli che ci stanno vicino. Lo stesso vale per la centrale elettrica o per l’infrastruttura stradale. Il bene pubblico prima di ogni altra cosa. Ma siamo certi di sapere che quelle scelte rispondano alle esigenze di “bene pubblico”? E noi Verdi, nella contrapposizione tra il modello di sviluppo che sottende alle logiche di questo tipo di interventi e un altro mondo possibile da che parte stiamo?
A parole noi dovremmo stare dalla parte di quelle vertenze territoriali. Che interpretano in modo netto la nostra proposta politica. E quando, come Verdi del Lazio, abbiamo organizzato un seminario di approfondimento sulle questioni che riguardavano il territorio, è emersa a chiare lettere la nostra contrarietà ad alcune scelte. Quella era la posizione del partito. E quella era la linea che avrebbero dovuto seguire gli eletti. Lo hanno fatto? Poco. E in alcuni casi hanno assunto posizioni diametralmente opposte. Allora io - e con me le molte persone che chiedono un’inversione di rotta sull’uso del territorio – voglio sapere se la posizione dei Verdi è cambiata. Cosa pensiamo rispetto alla politica degli inceneritori, cosa pensiamo rispetto al piano regolatore di Roma, cosa pensiamo rispetto al corridoio tirrenico e alla bretella Cisterna-Valmontone. Perché se condividiamo queste scelte (e l’abbiamo già fatto) vuol dire che vogliamo un mondo dove venga incrementato (e non ridotto) il trasporto delle merci, e questo significa la necessità di avere più imballaggi, più rifiuti, più consumo di risorse non rinnovabili, in una perversa spirale in cui noi Verdi riusciamo ad affermare delle cose, ma ad assentire a scelte di ben altro segno.
Che questo comporti conseguenze in termini di consenso (in negativo o in positivo) mi importa fino ad un certo punto. Se mutare profondamente la propria identità per inseguire politiche di piccolo cabotaggio e qualche modesto ritorno elettorale a breve termine mi sembra una scelta di scarso spessore. Preferisco che si mantenga coerenza e poter dare ai nostri elettori un messaggio chiaro e rassicurante sulle nostre posizioni. Se continueranno a sentirsi rappresentati da noi continueranno a darci il voto e a permetterci di fare le nostre battaglie. Altrimenti, se davvero ci crediamo, le nostre battaglie continueremo a farle anche senza essere eletti nelle istituzioni, come fanno le associazioni ambientaliste. Se poi il problema è rimanere a tutti i costi nelle istituzioni, è un problema che non mi riguarda e chi ce l’ha dovrà risolverlo senza il mio aiuto, magari come hanno fatto molti fino ad ora, trasferendosi in altre formazioni politiche, dove si possa esprimere al meglio una certa tendenza all’adattamento alle situazioni contingenti, rimodulando così le proprie posizioni a seconda delle circostanze. Dando vita ad una forma di flessibilità, tanto cara alla Confindustria quando bisogna comprimere i diritti dei lavoratori, e tanto cara a Berlusconi quando si tratta di mettere in discussione il pacchetto clima; circostanze nelle quali l’accezione del termine è sicuramente negativa. Nel nostro caso preferisco non pronunciarmi. Concludo dicendo che se c’è un modo (e un luogo) dove le nostre proposte possano mantenere dignità e autorevolezza e all’interno di un soggetto Verde autonomo ed indipendente. Ed è da lì che bisogna ripartire.



(1)

Non posso essere che completamente d’accordo con Tullio. Io faccio parte di coloro che per la prima volta non hanno votato il sole che ride, non sentendosi più rappresentati da un certo tipo di dirigenza politica e soprattutto delle scelte che vanno in totale disaccordo con il movimento ambientalista.
Credo che l’unica via sia quella di “un soggetto Verde autonomo ed indipendente”.