La risposta alla crisi nella nuova economia verde
Nuove conferme che per uscire dalla crisi occorre imboccare la strada per la riconversione ecologica della nostra economia. Secondo una ricerca durata due anni, a firma Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) e Unep (l’agenzia Onu per l’ambiente) negli ultimi cinque anni intorno alle fonti energetiche rinnovabili sono nati 2,3 milioni di nuovi posti di lavoro e potrebbero moltiplicarsi a dieci volte tanto entro i prossimi vent’anni. Altri settori dell’economia globale (edilizia, industria manifatturiera, trasporti, agricoltura, foreste) hanno ottime prospettive di creazione di nuovi posti lavoro una volta orientati alla sensibilità ambientale. Una sorta di quadratura sulle tre crisi che assieme ci minacciano: economica, energetica e ambientale. In ottobre l’ONU ha lanciato da Londra a tutti i governi del mondo il Green New Deal, un pacchetto di stimolo puntato contemporaneamente alla riduzione della nostra dipendenza energetica e alla messa al lavoro delle risorse umane disoccupate e sotto-occupate. Secondo Peter Poschen economista dell’Ilo di Ginevra, si tratta di un’iniziativa che può esercitare oggi un potente ruolo anti-recessivo, e allo stesso tempo attaccare anche le altre crisi di medio e lungo periodo. Alla base del progetto vi sono cifre e proiezioni. Da un lato 1,3 miliardi di persone oggi al di sotto del livello di povertà (due dollari al giorno) che rappresentano il 43% della forza lavoro globale, oltre a 190 milioni di disoccupati. In più oltre 500 milioni che nei prossimi dieci anni si cercheranno un lavoro possibilmente decente. Dall’altro lato la risposta alla richiesta di lavoro è già in atto grazie alla crescita dei prodotti e servizi a contenuto ambientale per un fatturato che la Roland Berger Consultants stima oggi a 1370 miliardi di dollari, e che al 2020 (in una decade) dovrebbe raddoppiare a 2740 miliardi. Secondo stime di larga massima (non tutti i dati sono disponibili, specie per i Paesi in Via di sviluppo) questa galassia oggi equivale a circa 100 milioni di “green jobs”, e il raddoppio del mercato potrebbe generarne altrettanti. La portata di questa rivoluzione in corso è tale che non si tratta di un fenomeno confinato alle energie rinnovabili o al riuso dei materiali ma investe trasversalmente tutta l’economia con prodotti a crescente efficienza energetica, infrastrutture e gestione di trasporti sostenibili, reti idriche, igiene pubblica, gestione dei rifiuti. In pratica gran parte del capitale sociale, da ristrutturare o sviluppare ex-novo. Sono sei i settori sotto osservazione. L’energia in prima fila, dove le proiezioni sono meglio documentate, con un’industria delle fonti rinnovabili da 630 miliardi di dollari al 2030 che avrà il primato, almeno finora, nella crescita di occupazione qualificata attesa. Tra vent’anni, prevede lo scenario, le rinnovabili sorpasseranno le fonti fossili per posti di lavoro. Subito dopo viene l’efficienza energetica applicata a tre aree: edilizia, industria di base e manifatturiera, trasporti. Nella prima, che oggi occupa oltre cento milioni di addetti, la costruzione (o il retrofitting) di case con ventilazione naturale, dotate di climatizzazione via solare e di pompe di calore geotermiche (solo per fare alcuni esempi) potrebbe coinvolgere, entro dieci o vent’anni, anche un addetto su tre. Nell’industria di base, dall’acciaio all’alluminio alla carta le attività di riciclo (non informali) sono oggi ai record di crescita occupazionale, nei rispettivi settori. Per esempio in Cina si stimano 10 milioni di addetti al riciclo dei materiali, di cui 700mila nella sola elettronica. Nei trasporti, accanto alla prevedibile crescita dei veicoli ibridi nelle produzioni automobilistiche (8 milioni di addetti, di cui solo 400mila oggi su prodotti “verdi”), lo scenario Onu prevede una ripresa occupazionale delle ferrovie, dei sistemi di trasporto pubblico e persino nel retrofitting (già in corso) degli autobus su configurazioni a gas naturale o ibride. Grande impatto anche nell’agricoltura su molteplici fronti. I biofuels evolveranno verso la seconda generazione (da biomasse cellulosiche) e si potrebbe schiudere un potenziale di almeno 12 milioni di posti in vent’anni. La crescente domanda di cibo, combinata a politiche di riequilibrio ambientale, potrebbe generare una forte crescita nell’agricoltura biologica (per un terzo più labour- intensive), nell’agricoltura urbana (che già oggi coinvolge 800 milioni di persone), nelle piccole agro-imprese sostenibili, nei servizi di gestione delle risorse naturali. Senza dimenticare il campo della gestione del patrimonio forestale planetario, sia in forma di agro-forestazione con l’integrazione della gestione forestale all’interno delle tradizionali imprese agricole che di ampi programmi, in Africa, Asia e America Latina di gestione sostenibile delle foreste con gli standard FSC o PFEC. In conclusione abbiamo quindicimila giorni, da qui al 2050, per ridurre il peso dell’impronta umana sul nostro Pianeta e vi sono tutte le condizioni per renderla sostenibile.
Stefano Gronchi



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