Le occasioni perdute della buona politica di Adriano Sofri
Da “La Repubblica” del 25 agosto una interessante riflessione di Adriano Sofri sul rapporto tra la politica e la necessità di prendere delle decisioni strategiche per il futuro.
Non è detto che un grosso partito senza maggioranza non possa occuparsi che di opposizione o dialogo o alleanze. Può anche fare delle cose. Può andare per strada, battere i marciapiedi. Non bisogna più aspettarsi da un partito che anticipi e guidi un buon cambiamento di vita delle persone. Ma che lo riconosca e lo assecondi, o lo promuova, sì. è un fatto che non si cambia vita se non per una combinazione fra necessità e virtù. Facendo di necessità virtù. Questa combinazione è il cuore della buona politica. C’ è stata l’ alluvione di monnezza a Napoli. Era imbarazzante, incresciosa, chiamava in causa il centrosinistra, c’ era la campagna elettorale. Tuttavia non era solo un disastro: era anche un’ occasione. Poteva sollecitare una svolta. Non è un dettaglio da poco, la raccolta differenziata: è una necessità da trasformare in virtù. Il centrodestra, come se non c’ entrasse niente - lo fa bene: pensate a come si sfilò dall’ indulto, grazie agli eroici intransigenti di centrosinistra - lucrò sul disastro prima di stravincere le elezioni, e quando le ebbe stravinte cavalcò il buon senso che imponeva prima di tutto di sgomberare le strade. L’ ha fatto, a costo di spazzare la monnezza un po’ più in là. Tolti quattro intenditori, è un gran successo. Mentre il centrosinistra, tolti i quattro intenditori, e alcune ammirevoli comunità locali, stava lì come un pugile suonato, Berlusconi spazzava esemplarmente la piazza da cartacce e lattine che gli addetti avevano collocato allo scopo, teneva lezione di civismo a proposito di raccolta differenziata, e faceva addirittura appello al volontariato, che convenisse da ogni parte della nazione, e in particolare dal Nord, a mostrare come si fa. La prima volta che ne parlò se ne sorrise, perché i più dediti volontari non avrebbero saputo da dove a dove spostare la monnezza onnipresente. La seconda se ne sorrise meno, se non altro perché nel suo appello una sinistra mezzo inebetita doveva riconoscere la caricatura di un proprio prezioso tratto tradizionale. Ho detto sopra “alluvione di monnezza” apposta, per ricordare l’ alluvione di Firenze, e quello che significò per la buona volontà di un Paese e di una generazione. Si potrebbe ricordare anche, più in qua, il terremoto in Irpinia. Berlusconi ha evocato il volontariato, la sinistra no. Non ha nemmeno provato a suscitare una mobilitazione sul buon uso della monnezza: tema cruciale di una buona politica. E lo smarrimento del volontariato, cioè delle cose che si fanno anche quando si è minoranza, che ci si opponga o si dialoghi, è un malanno cruciale della sinistra, la faccia vera della crisi della “militanza”, e perfino la riconversione delle feste dell’ Unità ne dà un segno. Prendiamo un’ altra colossale necessità, che non si fa virtù: il costo del petrolio. Non importa che conosca anche ribassi vistosi, la tendenza è certa, “strutturale”, come dice l’ Enea. Parecchia gente - non abbastanza, ma parecchia - ne cava qualche conseguenza. Crollano gli acquisti di automobili - addirittura il 27,5 per cento in meno in luglio, in Spagna, alla Chrysler la settimana lavorativa è ridotta a 4 giorni - si riducono cilindrate e impieghi, tornano in auge corriere e biciclette. Ermete Realacci rileva che il consumo di benzina nelle città italiane si è ridotto in media del 20 per cento. Che cosa fa un buon partito? Finta di niente, come se la questione riguardasse le rubriche di costume dei giornali, e non mettesse invece in causa il nostro modo di vita in uno dei suoi fondamenti: il modo di produrre, di consumare, di muoversi, di immaginarsi… Un buon partito inviterebbe le persone a smontare dall’ auto, a cambiare abitudini, a rivendicare il primato e la qualità dei maltrattati trasporti pubblici. Perché non lo fa? Gli sembra che non sia affar suo? O gli sembra ancora di nuocere all’ occupazione operaia e al peso dell’ industria dell’ automobile sul prodotto lordo? Anche questa “necessità” ha i suoi precedenti. L’ austerità della crisi petrolifera del ‘ 73-’ 74, le domeniche a piedi, furono una - troppo breve, troppo provvisoria - rivelazione della possibilità di un altro modo di abitare e muoversi nelle città. (A me poi sembra che lo stesso famoso maggio francese sia stato anch’ esso un enorme appuntamento di gente che si era presa le strade, un’ andata e ritorno a piedi, sull’ erba sotto il pavé disselciato. Un film sull’ automobilismo cannibale di Godard, “Le weekend”, del 1967, lo aveva appena anticipato). Non è vero che l’ auto non ha futuro: siamo noi a non averlo. L’ automobilismo è la nostra seconda natura, e forse già la prima, talché la maggiore età segna il passaggio dall’ adolescenza all’ automobilismo, e la nostra demografia calante è più che compensata dall’ incremento delle “nostre” automobili e dello spazio che, ferme per lo più, occupano. E tuttavia, come per tutte le abitudini, sottile e fortuita è la soglia fra la loro irriducibilità e la loro dimissione. Come smettere di fumare: è impossibile, e poi succede, e comunque un piccolo infarto aiuta. Quanto al traffico privato, l’ infarto è venuto, e tutt’ altro che piccolo. L’ ultimo grido sono le disgrazie stradali con auto che vanno in centro a 160 all’ ora. Ubriachi e moldavi i guidatori: ma di dove sono, e in che stato, i produttori e i venditori? è suonata la campanella della fine della ricreazione: per deprecare un tasso di automobilismo paragonabile al nostro (seconda densità al mondo, roba forte) che, trasferito ai cinesi o agli indiani o ai brasiliani, soffocherebbe di colpo l’ atmosfera, dobbiamo pur ridurre il nostro in proporzione. La densità di auto cinese, nonostante un incremento annuo del 15 per cento, è ancora pari a quella americana del 1915. I nostri dirigenti politici, anche i più ciclisti fra loro, sembrano non ritenere nemmeno questo affar loro, tranne i sindaci, oppure che una retrocessione dall’ homo automobilista all’ homo sapiens sapiens sia irrealizzabile. Sbagliano, perché in una misura significativa avviene. I sabati car-free a Manhattan, le 100 mila auto in meno al giorno a Londra, i trafficKills, e la critical mass ciclistica… Sbagliano anche perché il meccanismo dell’ abitudine è appunto ambivalente. Guardate, vi dicono, come non ingrana l’ idea del taxi multiplo. Già: ma può succedere che d’ un tratto si smetta di suonare il clacson di imprecare e di guatarsi in cagnesco, e si smonti e si vada per i campi, magari con una allegria, magari cantando. (Tranne i sindaci, ho detto: ma anche fra i sindaci non ce n’ è uno, delle città più belle e antiche e strette di vie, che abbia il coraggio e l’ ambizione di chiudere il traffico privato. In compenso, quando si sono messi al bando i mendicanti si è spiegato che, buttati come sono sui marciapiedi, intralciano il cammino ai passanti). Sono esempi di cose che succedono, necessità che possono farsi virtù, ingredienti decisivi di una rivoluzione, di una conversione. Cose legate l’ una all’ altra, non solo single issues. Guido Viale è diventato da anni specialista di monnezza e di automobili. Non è un caso. Scommetto che fra poco, se non l’ ha già fatto, diventerà specialista della bistecca. Cioè della dimissione dalla bistecca. Ecco un’ altra necessità dei nostri giorni - prezzi delle materie prime e degli alimenti, recrudescenza dello sterminio per fame - che continua a essere trattata per lo più come una pagina di costume, o di salutismo e igiene dell’ alimentazione. Politica pura, naturalmente, e legata a doppio filo alla questione energetica e ai rifiuti. Il cielo ci scampi dal fanatismo e dall’ integralismo settario, e ancor prima dalla demografia e dall’ ecologia dell’ obbligo statalista: ma una sensata, consapevole, progressiva conversione vegetariana è affare di una buona politica. Basterebbe il fatto che fosse un grosso partito a occuparsene, e non un partitino “verde”, a segnare una importante differenza. Chiamo grosso un partito che è tale per una somma aritmetica, e forse diventerà grande, forse si frantumerà nei suoi addendi. Il Partito democratico. A me, che ho un debole per le frasi fatte, non dispiaceva l’ esordio a petto gonfio del Manifesto del Partito democratico: “Noi, i Democratici, amiamo l’ Italia”. Però non vedrei male nemmeno un Manifesto del Pd che cominciasse con la frase: “Ogni cittadino di Napoli produce all’ anno 158 chili di imballaggi”, e andasse avanti di conseguenza. Ehi, abbiamo già al mondo mezzo miliardo di obesi sopra i 15 anni. Opposizione, certo. Non ce n’ è mai abbastanza. Ma di che cosa si occuperebbero, i dirigenti del Partito democratico? Hanno anni di fronte, e macerie alle spalle. A volte sembrano disadatti fin dall’ abbigliamento. Disadatti alla monnezza, voglio dire. Certo, c’ è un problema di destini personali nella professione politica: bisogna essere comprensivi. Però quanto al fine comune, occorrono sedicenni, ventenni, e persone disinteressate alla carriera in proprio: ricchi di famiglia, diciamo, o artisti di strada. Quei dirigenti, oltre che escogitare dialoghi e alleanze, aiutino la gente (che per suo conto ha già cambiato molte cose) a fare qualcosa di nuovo, a migliorare la vita. Indipendentemente dal governo. Beninteso, c’ è un punto dirimente: la povertà. Non può esserci una sinistra che non vada incontro alla povertà assoluta e non miri a ridurre la forbice fra ricchezza e povertà. La conversione necessaria non è antieconomica, né riservata a chi può scegliere. Al contrario, può contrastare le storture e le prepotenze del mercato. Citerò Viale: «Dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c’ è l’ equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane. Un’ amministrazione che aiuti a liberarci dai nostri rifiuti, e anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana meglio di qualche modesto aumento salariale». Del resto, senza cambiare vita qui, non si può parlare con il mondo povero, né con quello ex povero. Fuori dal riscatto del mondo povero, non ci sarà soluzione ai problemi suscitati dall’ immigrazione. L’ immigrazione ci travolgerà, oppure si assorbirà fisiologicamente - come è avvenuto per la questione demografica, nella nostra parte di mondo - attraverso la crescita dei Paesi giovani. Sta già succedendo in Romania, in Polonia si accoglieranno fra un po’ idraulici italiani. Se la terra andasse verso un equilibrio, un paese come il nostro si arricchirebbe di quell’ altra faccia dell’ immigrazione che è il turismo, che ha per fine la conoscenza, come progresso e come piacere. Non sono già tanto più numerosi gli “extracomunitari” che vengono ogni anno in Italia, a pagamento? Perché noi, i Democratici, amiamo la terra. - ADRIANO SOFRI



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